Quest’estate abbiamo trascorso quindici giorni a Betlemme, con il desiderio di offrire un po’ del nostro tempo a chi, in Palestina, continua a essere strumento di pace e di solidarietà. Grazie ad Amici del Medio Oriente ODV siamo entrati in contatto con la famiglia religiosa del Verbo Incarnato e abbiamo prestato servizio all’Hogar Niño Dios, una casa che accoglie 41 bambini e ragazzi palestinesi con disabilità.
Ci ha colpito profondamente il modo in cui le suore e gli altri religiosi lì presenti si prendono cura di loro: con amore, professionalità e un’attenzione straordinaria. Ci siamo inseriti poco alla volta nella vita della casa, aiutando nei servizi quotidiani, durante i pasti e nella cura dei ragazzi. Giorno dopo giorno sono entrati nei nostri cuori, con i loro sorrisi, le loro richieste e anche i loro capricci. La lingua non è mai stata un ostacolo e oggi continuiamo a pensarli quasi fossero diventati un po’ anche figli nostri.
In questo momento i volontari che arrivano a Betlemme sono pochissimi. Proprio per questo abbiamo capito quanto sia importante esserci adesso, senza aspettare la fine del conflitto. Vivendo a Beit Sahour abbiamo incontrato anche tante famiglie palestinesi, cristiane e musulmane, e sperimentato la loro grande ospitalità. L’assenza dei pellegrini sta creando enormi difficoltà economiche: tornare in Terra Santa può essere quindi anche un gesto concreto di vicinanza e di pace.
Abbiamo avuto infine la Grazia di visitare Gerusalemme, Nazareth, Cafarnao, il Tabor, Cana, Tabga e gli altri luoghi della vita di Gesù. Essere lì, in luoghi oggi quasi vuoti, è stata un’esperienza profondamente toccante.
Siamo voluti partire senza porci grandi aspettative, ma siamo tornati avendo trovato tantissimo, come i pastori di Betlemme. È stato per noi un tempo di Grazia, che continuerà a portare frutto, e siamo ripartiti con un desiderio: tornare presto a Betlemme.
Roberta & Francesco
Volontari a Betlemme | agosto 2026
C’è un cortile silenzioso, quasi invisibile, nel cuore del quartiere più caotico di Istanbul. A Taksim, dove tutto corre e il rumore non si ferma mai, grattacieli imponenti si affacciano curiosi su un fare lento, inesorabile e silenzioso: quello di cinque suore.
Sono le Piccole Sorelle dei Poveri. Ogni giorno, instancabilmente, si prendono cura di sessanta anziani. Vengono dall'Armenia, dalla Turchia, dalla Polonia, dalla Francia. Sono rimasti qui, alcuni da generazioni, mentre tanti altri sono partiti.
La giornata inizia presto, dopo la Santa Messa. Poi comincia il rituale che scandisce la vita della casa: la preparazione dei pasti.
Sono stato subito trascinato dentro da un’energia incredibile: il cuoco turco e i suoi aiutanti, ragazze venute dall’India e dal Pakistan. Parlavamo un inglese stentato, a volte quasi inesistente, ma ci capivamo lo stesso. A suon di sorrisi e di gesti.
È in cucina che è avvenuta la piccola magia. Tra pentole enormi e nuvole di vapore, un pezzo d’Italia è sbarcato sul Bosforo.
I momenti più belli li ho vissuti proprio lì, quando Suor Maria Grazia mi ha chiesto di cucinare per loro. Durante la mia settimana di volontariato ho preparato un ragù alla bolognese e gli gnocchi alla sorrentina. Lei mi sosteneva con un entusiasmo e una passione per il cibo che mi hanno ricordato perché faccio questo lavoro da trent’anni.
Trent’anni nell’ospitalità, tra hotel e ristoranti di lusso. E poi la scoperta che l’ospitalità più vera non ha stelle, ma ha un cortile silenzioso a Taksim, cinque suore e sessanta nonni che ti aspettano per pranzo.
L’ultimo giorno, prima di andare via, è successo qualcosa che non dimenticherò.
Nel salone, i sessanta anziani mi aspettavano. Alcuni in piedi, appoggiati al bastone, altri in carrozzina. Tutti in silenzio.
Poi, insieme, hanno sussurrato in un italiano perfetto: «Grazie di tutto».
Lì mi sono sentito davvero a casa.
Saverio
Volontario a Istanbul | settembre 2026