Sha'ar

Maria Elisabetta Ranghetti

Sha'ar (porta, in ebraico) è una rubrica mensile curata da Maria Elisabetta Ranghetti, scrittrice e fotografa. Appassionata di Medio Oriente, ha trascorso gli ultimi vent'anni a contatto col mondo ebraico viaggiando tra Israele e Palestina. Due dei suoi romanzi – Oltre il mare di Haifa  e Corri più che puoi  – narrano le vicende di quella terra e sono stati presentati ad Haifa e Gerusalemme.  Il terzo -  Habaytah del 2024 - porta il lettore dentro a una vicenda dal sapore universale raccontando il mondo complesso degli charedim, gli ultraortodossi.  
Elisabetta ci aprirà una porta sull’ebraismo raccontandoci, con parole e talvolta immagini, una realtà sfaccettata e piena di fascino, per incontrare un popolo millenario con cui camminare insieme.

Parole ebraiche: la Machloket

Cari lettori, ben ritrovati all’inizio di un nuovo anno!

Ci siamo salutati parlando di dialogo e da questo concetto vorrei ripartire.

Gennaio è un mese con appuntamenti importanti: il 17 è la giornata del dialogo ebraico-cristiano che apre la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Non poteva che essere così: prima di dialogare fra loro, i cristiani devono ripartire dalla radice santa, quell’ebraismo intrinseco alla loro stessa fede.

Altro importante appuntamento è il 27 gennaio, giornata della memoria, oggigiorno ancora più urgente vista l’onda d’odio antisemita che pervade le nostre strade, i nostri uffici, le nostre università e scuole.

Lo stesso Papa Leone ha più volte evidenziato l’importanza di combattere l’antisemitismo e rimanere in dialogo col popolo di Israele.

Gennaio ci dice che abbiamo bisogno di dialogo e di fare memoria per poter proseguire su un cammino ricco di senso e rispetto.

Il dialogo però non è prerogativa di un giorno o mese specifico, ma è alla base di ogni società che vuole evolversi e trovare soluzioni di vita sensata e serena.

A tal proposito, desidero condividere qualche spunto su un concetto fondamentale: la machloket, pilastro del Talmud e del mondo giudaico e aspetto di estrema attualità dato che viene usato per far capire la diversità dei molti sistemi logici possibili.

Il termine può essere tradotto in diversi modi: disputa, disaccordo, controversia, dibattito, discussione.

Rappresenta il fulcro di quel mondo talmudico che basa la propria logica sul confronto tra i diversi maestri che si contrappongono, anche in maniera accesa, sulla Torah.

Nei testi della cultura rabbinica la discussione è quasi più importante della conclusione stessa: il cammino conta più della meta finale purché venga fatto per il cielo.

A tal proposito, cito una frase di Pirke Avot, le Massime dei Padri:

«Qualunque lotta impegnata a fin del cielo (fin di Dio), finisce per conseguire il suo effetto; e qualunque lotta che non è impegnata a fin del cielo, non finisce per conseguire il suo effetto. Quale sarebbe una lotta impegnata a fin del cielo? La lotta fra Hillel e Schammai. Quale sarebbe una lotta non impegnata a fin del cielo? La Lotta di Korach e di tutto il suo partito» (Avot. 5:17).

La lotta ai fini del cielo ha come scopo quello di trovare la verità senza danneggiare i rapporti personali; Shammai e Hillel sono due grandi maestri le cui scuole si sono contrapposte a lungo proprio tramite la machloket fatta con l’intento di trovare la verità, non per prevaricare. Una discussione che implica pareri contrastanti, che trova naturale il confronto. Questo è dialogare.

Quella invece fatta al fine di vincere per emergere – istituendo una gara priva di ascolto dove la parola zittisce per ottenere un tornaconto personale – non è per il cielo come dimostra l’episodio di Korach (Core nella versione della Bibbia Cei) che si ribella a Mosè e Aronne (Numeri 16,1-35). Lì a vincere è una gara di ambizioni, gelosie, manipolazioni che portano alla perdizione (Korach infatti verrà inghiottito dalla terra, emblema dell’arroganza risucchiata).

Il nostro mondo è afflitto dai molteplici volti di Korach che rifiutano di riconoscere gli errori commessi, che vogliono vincere e non arrivare a quella verità che dà respiro e senso alla vita perché fa emergere le sfaccettature di una realtà. Una verità che esula da assolutismi; il mondo ebraico è lontano da queste derive perché contempla l’inclusione, il dubbio, offrendo quindi una visione complessa.

La nostra epoca è però affascinata dalle certezze granitiche che semplificano tutto; viviamo immersi in una realtà sempre più preda di una corsa folle dove scavare nel complesso è respinto perché richiede troppo tempo e fatica.

La lingua ebraica aiuta ad andare a fondo di questa complessità perché è polisemica e ogni parola dà il via a una pluralità di letture e interpretazioni. Nessuna lettura è assoluta, la Parola di Dio non può essere racchiusa in un’unica interpretazione: è come battere con un martello su una roccia da cui scaturiscono infinite scintille.

Ciò che ci insegna la machloket è che siamo incompleti, che abbiamo bisogno dell’altro per dialogare e vivere e che, se cediamo alla tentazione delle risposte facili, rischiamo di finire in un vicolo cieco, isolati non solo dal consesso umano, ma da tutta la creazione. A mio avviso il dialogo deve essere esteso a tutto il creato di cui facciamo parte e per farlo occorre l’umiltà di ascoltare e capire linguaggi diversi.

Dialogare non vuol dire livellare le differenze, ma mantenerle e farle conoscere. Non dobbiamo diventare come l’altro per parlare con lui, dobbiamo ricordarci dell’altro, ascoltarlo e anche avere il coraggio di dire che vogliamo essere noi stessi senza per questo chiuderci al mondo. L’obiettivo è camminare assieme, non fonderci in un unico calderone privo di differenze perché le nostre peculiarità sono quelle scintille scaturite dalla roccia: brillano assieme ad altre, non per occultarle, né per farsi da esse occultare.

Sandro Botticelli, la punizione di korach, Cappella Sistina, Roma