Sha'ar

Maria Elisabetta Ranghetti

Sha'ar (porta, in ebraico) è una rubrica mensile curata da Maria Elisabetta Ranghetti, scrittrice e fotografa. Appassionata di Medio Oriente, ha trascorso gli ultimi vent'anni a contatto col mondo ebraico viaggiando tra Israele e Palestina. Due dei suoi romanzi – Oltre il mare di Haifa  e Corri più che puoi  – narrano le vicende di quella terra e sono stati presentati ad Haifa e Gerusalemme.  Il terzo -  Habaytah  del 2024 - porta il lettore dentro a una vicenda dal sapore universale raccontando il mondo complesso degli charedim, gli ultraortodossi.  
Elisabetta ci aprirà una porta sull’ebraismo raccontandoci, con parole e talvolta immagini, una realtà sfaccettata e piena di fascino, per incontrare un popolo millenario con cui camminare insieme.

Abramo, il credente dell’ascolto

Abramo è il padre delle tre fedi, Ebraismo, Cristianesimo e Islam.

Lo definirei l’umile esempio fallibile – ma non fallito – di chi ha incarnato l’ascolto. Ascolta un Dio che ancora non è il Dio di qualcuno come per Mosè, ma una voce che lo porta a muoversi contro la logica di non abbandonare una comfort zone per andare verso una terra sconosciuta.

Seguendo quella voce, Abramo ascolta il lech-lechà – che lo guiderà anche nella legatura di Isacco – che tradotto vuol dire «vai a te stesso».

Che cosa vuol dire andare a sé stessi? Come Abramo va a sé stesso? Ascoltando la Voce, Dio, e trovando così la sua strada per giungere nel luogo, HaMakom, come si chiama talvolta Dio in ebraico.

Non chiese spiegazioni, si fidò e basta; oggi un personaggio così verrebbe definito uno sprovveduto, un ingenuo che non usa la testa. Si è perso l’aspetto della forza di questo ascolto che è il tratto distintivo del popolo ebraico (basti pensare allo Shemà Israel, Dt 6, che ogni giorno l’ebreo recita); si è persa la bellezza di questa emunà – fede in ebraico – una fiducia a tratti incondizionata e tipica di un uomo capace di seguire Dio contro ogni logica razionale come invece si vorrebbe nella nostra società.

Raramente ci si interroga sulla paura che ha provato: forse anche lui avrebbe preferito seguire la ragione che rassicura, incasella, tiene sotto controllo. Forse non capisce chi sia quel sé stesso fino in fondo e a definirlo sono infatti i suoi successori.

Noi cerchiamo di ascoltare la nostra voce interiore per capire chi siamo per poi procedere sulla strada che individuiamo: prima ci capiamo e poi ci mettiamo in movimento.

Abramo invece si mette in ascolto, si mette in cammino e forse arriva a comprendere sé stesso, cosa che si rivelerà secondaria.

L’obbedire a Dio, per l’ebreo, è un atto di fiducia che scavalca ogni logica; gli stessi precetti, mizvot, vengono eseguiti sulla fiducia in Dio perché la provenienza del comando vince su tutto. Non si tratta di mero legalismo come spesso è stato erroneamente detto, quanto di un ribaltamento del rapporto con Dio che diventa Colui con cui camminare assieme.

E nella Sua chesed, misericordia, il Dio degli ebrei lascia che Abramo faccia errori (come spacciare Sara per sua sorella in Egitto o avere un figlio da una schiava) senza che questi errori lo determinino in maniera assoluta: la promessa di una discendenza numerosa viene mantenuta nonostante gli inciampi della vita di Abramo. Ne esce l’immagine di una relazione unica, fatta di amore e fiducia, talvolta di discussioni e contrattazioni come quella per salvare i giusti di Sodoma.

In questa relazione la Voce chiama e Abramo risponde: innenì, eccomi!

È l’apripista di ogni credente, colui che sulla fiducia cammina con Dio e Gli parla, rivelando così all’umanità che la fede è una relazione. Nella sua caducità umana, all’ebreo – e anche ai goym – insegna l’ascolto in tutte le sue forme e preannuncia che i precetti sono parte integrante di questo ascolto, non sudditanza paurosa a Dio che, nella Bibbia, rivela sempre il Suo volto di padre al Suo popolo bisognoso d’amore.

 "​Tende ad Harran" © fotografia di Maria Elisabetta Ranghetti

© fotografie di Maria Elisabetta Ranghetti

© fotografie di Maria Elisabetta Ranghetti